Riflessioni

Teatro per l’inclusione sociale di Emanuela Giordano 

APPUNTI DA UN INCONTRO

Rischiamo di perderci e dobbiamo ogni tanto fermarci, e parlare.  Il teatro dovrebbe assolvere ( anche ) a questa funzione, essere una sosta, una pausa, da cui ripartire.

In questo momento difficilissimo  credo che dovremmo evitare un teatro supponente ( lo dovremmo evitare sempre ) un teatro muscolare, con l’indice alzato del regista che ti indica il senso, che ti fornisce simboli espliciti, ridondanti, che si sovrappongono alla parola, al gesto, all’interpretazione dell’attore.

L’ego vorace del regista è un pericoloso boomerang, spesso annienta la poesia, l’incanto del testo da cui è partito, si sovrappone ad esso come se lo dovesse domare, ammaestrare, ridurre in schiavitù.  Viviamo nella supponenza, nella violenza, in una cultura della sopraffazione l’uno dell’altro, alimentata da comportamenti , esempi e discorsi che  speculano sulle debolezze e sulle paure umane.

Sembra vincere chi grida più forte, sembra.

Il teatro dovrebbe andare in controtendenza e mostrare la fragilità, non la forza, non l’arroganza intellettuale. IL teatro è gioco, è fantasia, è confessione di desideri e di pulsioni, è , quando sappiamo farlo, una messa laica della condivisione umana ( Il sacro richiede un officiante, la messa laica non necessariamente). 

Per essere “rivoluzionari”  oggi dobbiamo riscoprire le nostre fragilità e mostrarle, bisogna essere ricettivi, in ascolto dell’altro, non ideologici. 

Proviamo a mettere insieme paure, insicurezze, dubbi,  debolezze, contraddizioni, lasciamo mostrare i muscoli a chi non conosce che quel linguaggio.

Il vero problema è che non ci si conosce, non siamo capaci a comunicare realmente, siamo sulla difensiva e questo genera diffidenza reciproca. Se ci ascoltassimo, riusciremmo forse  a  utilizzare altre risorse e a trasformare la  diffidenza in curiosità , in empatia, in amore.

Ho sempre amato Peter Brook per la chiarezza con cui ha praticato questo  tipo di teatro.  Rifuggo dai  registi muscolari e supponenti, abitati da un piccolo demone vanitoso che sussurra loro di essere sempre e comunque protagonisti della scena: eccomi mi vedete? Sono io, sono qui, sono estroso, originale, imprevedibile e intelligentissimo,  ve la spiego io la tragedia greca, vi spiego io Shakespeare  e Pirandello, nessuno come me, mai!

Ero convinta ( lo sono stata a lungo) che il teatro si dovesse fare a teatro, amo il linguaggio della luce, della musica valorizzata da un’ acustica perfetta che respira con la parola, amo il golfo mistico, il lessico del  corpo e del palcoscenico. Da qualche anno,  però, durante  la mia esperienza di Direttore della Casa dei teatri e della drammaturgia contemporanea di Roma, frequentando in maniera militante le periferie, mi sono convinta che il teatro vada fatto ovunque e per chiunque, semplicemente.

Dobbiamo esplorare  e vivere i territori in maniera diversa, non aspettare che il pubblico entri a teatro, dobbiamo utilizzare il teatro come strumento, anche, quando occorre, senza paura . Questo non vuol dire mai abbassare il livello, anzi più  ti avvicini alla gente, più ti apri ad un nuovo pubblico, più devi importi rigore, professionismo, qualità.  Non basta “ l’impegno “ per fare il teatro, ci vuole tanto altro e non si improvvisa.

Siamo ad un bivio epocale, stiamo tornando ad una barbarie dei sentimenti e delle relazioni. La violenza e il degrado ci arrivano dall’alto e dal basso, dal cinismo delle finanze, dalla criminalità organizzata, dai discorsi manipolatori di molti politici,  dalla miseria e dall’abbandono dei più deboli.  Il teatro ha il dovere di confrontarsi con tutto questo, deve portare senso, conoscenza e bellezza, non deve spiegare al povero che è povero, al tossico che è tossico e al delinquente che resterà sempre tale. Il teatro  deve stimolare alla rivolta contro l’ovvio. 

Uso parole semplici, volontariamente poco di moda: cerchiamo di stare insieme, di ascoltarci, di guardarci negli occhi.  Inutile bleffare, inutile mostrare vecchie piume di pavone. Ricominciamo ad esplorare insieme zone abbandonate della nostra coscienza , ripensiamoci come uomini e donne, come individui che appartengono ad una comunità, ad una civiltà, ad una storia  che ha bisogno di noi.

La politica oggi non può  e non vuole fare esperimenti, perché l’esperimento è per sua natura visionario, i risultati si leggono dopo 10 anni, il teatro invece ha proprio questo compito. È elan vital… spirito vitale. Il teatro non solo deve rappresentare ciò che non va, ma riappropriarsi dell’élan vital , essere energia , rigenerare, stimolare.

Ho lavorato per un anno sul mito di Enea, portando in scena un’ Eneide contemporanea e incontrando più di mille studenti ( classe per classe ) di scuole medie e superiori ( se i teatri funzionassero meglio, di studenti nei avrei incontrati centomila ma questo è un altro discorso, che richiede altri spazi di riflessione)

Con i ragazzi abbiamo scoperto e ci siamo esercitati sulla parola “responsabilità “: responsabilità individuale e collettiva . Enea  è costretto a partire, ma si pone il problema del passato (il padre) e del futuro ( il figlio) .

Il teatro deve assumersi responsabilità individuali e collettive. Abbiamo una cultura identitaria da proteggere , da rinnovare ed arricchire di nuovi stimoli, di nuovi innesti e dobbiamo condividerla con le nuove generazioni.

Spesso in teatro ci siamo arroccati in una torretta di avvistamento  da cui non si avvista un bel nulla, ci siamo accontentati di piacere a chi ci assomiglia, ci siamo fatti belli dei nostri miseri consensi cortigiani.  Se poi i ragazzi escono disorientati, confusi, annoiati, distratti cosa importa?  Qualche volta il nostro teatro è cieco, senza le capacità divinatorie di Tiresia.

Fragilità, umiltà,  lavoro sull’attore, per sviluppare le sue capacità di  interprete  e non di soldatino, sperimentare ( senza speculare ) attività di teatro collettivo, con comunità  contadine, montane, periferiche, suburbane. Creare occasioni aperte e creative di incontro con le scuole, con i cittadini, usare il teatro come casa di tutti, rifuggire la politica degli eventi per costruire con pazienza e presenza costante un terreno fertile che garantisca continuità.  Come Enea, abbiamo il dovere di occuparci del nostro passato e del nostro futuro, non illudere ne deludere, ma essere insieme, massaggiandoci l’anima più che tintinnare le nostre vecchie, celibi vanità. Qualcuno potrà sorridere sentendo odore di incenso, di ecumenico, di scoutistico, io invece sento odore di vita e di coraggio.

Con un progetto nato otto anni fa, grazie a Giulia Minoli, giovane pioniera del teatro “ sociale “, del teatro “ aperto”,  abbiamo curato, selezionato, guidato e potenziato una squadra di giovani attori, organizzatori e studenti universitari che annualmente si confrontano, insieme a noi, sui modi, i tempi e i temi che scegliamo di affrontare  in teatro e nei laboratori nelle scuole.  In questo processo abbiamo coinvolto più di 50.000 studenti, professori di scuole medie e superiori, professori universitari, testimoni, esperti, cittadini attivi, in tutta Italia. Un ‘ avventura bellissima che mi coinvolge totalmente.

Ci occupiamo di criminalità organizzata, di corruzione, collusione e complicità, del fragile confine che separa la gente “ per bene” dalla gente “ per male “. E’ un argomento apparentemente ostico per il teatro e ancora più ostico se il tuo pubblico è anche quello dei giovanissimi, ma i risultati ottenuti fin’ora ci dicono che dobbiamo andare avanti.